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L’IMPETTITO

In occasione del carnevale, sono stata invitata a una festa in maschera elegante, una di quelle feste dove si mangia male, anzi, malissimo, ma che servono, una volta uscite le foto sui rispettivi social network, a far morire di invidia i comuni mortali.
Qui ho avuto il grandissimo onore, secondo lui, di conoscere l’Impettito, un uomo tutto d’un peTTo, con il sorrisetto prestampato sulla faccia, un uomo viziato sin dalla nascita e che crede che la sua furbizia sia impareggiabile dai comuni mortali (figurarsi da creature inferiori quali sono le donne).
Prima di avvicinarsi a me l’Impettito ha fatto le sue ricerche, si è informato a dovere, d’altronde ogni ‘investimento’ deve essere cautamente ponderato e l’impettito sa bene che, siccome la natura non l’ha dotato di una grande bellezza ma è stata piuttosto avara nei suoi confronti, è meglio compensare con un’adeguata formazione per sorprendere l’ingenua preda di turno.
Così, cauto, nei suoi movimenti goffi e impacciati, si avvicina e comincia a parlare del suo lavoro, e, sapendo che io sono una povera scrittrice, esordisce parlando di quanto ami leggere e guardare film muti, di quanto sia importante mantenere il patrimonio culturale italiano etc…
Fino a qui tutto bene, tiro un sospiro e apprezzo lo sforzo, racconto a me stessa che non è bello ciò che è bello ma ciò che piace e altre stupidaggini simili.
Qualche giorno dopo, dopo aver seguito alla lettera il copione dalla furbizia che prevede un silenzio stampa di qualche giorno che dimostri alla preda quanto è impegnato, l’Impettito mi chiama per invitarmi a uscire e, sapendo che mi piace il vino buono, i luoghi un po’ nascosti ed eleganti, da vera bohemienne, mi propone un luogo speciale che soltanto in pochi conoscono e che potrebbe essermi d’ispirazione per il mio lavoro artistico.
Arriva il giorno e l’Impettito, puntuale, viene a prendermi sotto casa. Durante il tragitto mi fa tutte le domande del caso e mi ascolta, tiene a ribadire quanto lui sia diverso dagli altri e quanto non si fidi delle donne, scottato dal fatto che si approfittano sempre di lui e della sua disponibilità economica.

Arriviamo nel luogo, un bar elegantissimo ma soffocante.

L’Impettito apre la porta per farmi entrare, dimostrando la sua assoluta mancanza di buona educazione.

“Sono in trappola”, penso, ma è troppo tardi.

L’impettito si destreggia con un drink al pepe nero e foglie di salvia essiccate e, fidandomi, io lo seguo.
Dopo un po’, stufa di quel luogo soffocante, gli chiedo di andarci a prendere uno yogurt in piazza ma lui mi guarda allibito dicendo che prima di mischiarci alla massa preferisce prendere il suo abituale tè nero.
Arriva il cameriere con la scatola, lui sceglie il suo tè nero con l’espressione da intenditore ma non sa nemmeno come fare l’infusione e mi costringe a intervenire per aiutarlo al fine di non fargli spargere il tè per tutta la sala.

Esordisce con un “Non è quello che di solito prendo io”

“Ci risiamo, sono in trappola” penso nuovamente

Arriva il fatidico momento del conto:

“42 euro, facciamo 40” ci dice la cameriera con la sua migliore faccia da schiaffi

Lui arriva per primo, mi spintona e con il suo adorabile sorrisetto tira fuori il portafogli e io, da povera studentessa, cerco comunque di non fare brutta figura e tiro malvolentieri fuori la mia carta.

Qui però c’è un colpo di scena: lo spavaldo cavaliere si blocca e non riesce proprio a far uscire i soldi dal portafogli e io vedo la mia carta passare in mano alla cameriera facciadaschiaffi e direttamente nel pos.

I miei occhi seguono la scena a ralenti e penso immediatamente per quante settimane non dovrò mangiare per potermi permettere questo appuntamento, con un cesso atomico per giunta.

“Beh, grazie”

Mi guarda con quel sorrisetto beffardo e continua a far sprofondare il coltello nel mio piccolo cuore:

“Eh eh, ti sei proprio imposta, birbantella”

Non ci ho visto più, gli ho vomitato addosso i peggiori insulti e, una volta saliti in macchina, sotto shock, non sono riuscita a dire nulla.
Il locale lo ha scelto lui, un locale che io, da studentessa, non avrei mai scelto; ha scelto lui anche cosa e quanto bere ma è stata colpa mia, ovvio.
Stupida io che mi sarei accontentata di uno yogurt in piazza.
Ma non è finita: mi chiama, dopo avermi lasciata a casa per dirmi che mi sono sbagliata, che è stata colpa mia che mi sono imposta e che gli ho impedito di pagare o, almeno, di fare a metà e che lui aveva già preso i biglietti per portarmi, sapendo che mi piace, a vedere l’opera.
Però ha la decenza o l’indecenza anche di domandarmi un piccolo favore, “di portare in borsetta” il tesserino universitario in quanto ha pagato i biglietti ridotti, il mio universitario e il suo, usando il documento di sua nonna, over 65.

Un vero signore.

Ho chiuso la conversazione e bloccato il contatto ma mi rammarico di non avergli dato nemmeno un ceffone.